Donne d’erbe e di fiori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo evidenziano indagini statistiche e studi nazionali e internazionali. Quando si parla di fitoterapia, di erbe e piante officinali, le donne hanno un ruolo di primo piano. Nello spaccato dell’erboristeria italiana questo protagonismo è fotografato non solo dalla prevalenza di donne erboriste, ma anche dal fatto che siano proprio le donne le più appassionate consumatrici di preparati naturali. Descrisse bene questo trend, nel 2009, uno studio toscano dell’Agenzia Regionale di Sanità, che rilevava una differenza di circa 10 punti nel ricorso ai prodotti erboristici tra donne e uomini (26,7% contro il 16,5%).

La storia ci trasmette, però, anche altre esperienze che confermano questa liaison. Storie di donne che hanno lasciato una traccia importante, spesso ignorata dai testi ufficiali, nello studio e nell’uso delle piante. Non parliamo soltanto delle ‘curatrici’ popolari perseguitate negli anni bui del Medio Evo o di nomi ‘famosi’ come Ildegarda di Bingen, considerata la più celebre delle scienziate medievali, autrice di due trattati enciclopedici che raccolgono tutto il sapere botanico e medico della sua epoca con intuizioni sorprendentemente moderne sull’impiego delle piante, con un’idea di salute e malattia che prefigurava sotto molti aspetti il concetto contemporaneo della medicina olistica. Oppure Trotula de Ruggiero, allieva e poi docente della Scuola Medica Salernitana, entrambe grandi innovatrici oltre che profonde conoscitrici dell’uomo e della natura.

Questa traiettoria include molte altre figure femminili che, animate dall’amore per la natura e da uno spirito anticonformista, ne hanno intrapreso lo studio, spesso tra molte difficoltà, e hanno lasciato un’impronta sul modo stesso in cui oggi studiamo questo mondo, fornendo contributi di valore per la scienza botanica. Un patrimonio di saperi ed energie straordinario che non deve essere disperso.

Maria Sybilla Merian, ad esempio, naturalista tedesca vissuta nel XVII secolo, autrice di tre volumi di illustrazioni botaniche, frutto di una spedizione avventurosa e autofinanziata nel Suriname, dove osservò e registrò specie vegetali sconosciute agli europei, come Delonix regia, utilizzata dalle native per accelerare il travaglio. Il suo lavoro ha influenzato molti scienziati, tra cui Linneo e Charles Darwin.

Anna Atkins, due secoli dopo, si appassionò di alghe raccogliendo e asciugando meticolosamente gli esemplari e creando cianotipi di ciascuno di essi. Figlia di uno scienziato inglese, sviluppò una grande passione per l’osservazione e la registrazione dell’universo vegetale. Era una appassionata naturalista anche Emily Dickinson: studiò botanica all’Accademia Amherst e nel corso degli anni raccolse oltre 400 esemplari di piante nel suo erbario personale, conservato nella Houghton Rare Book Library dell’Università di Harvard.

Maxi’diwiac, nota come Buffalo Bird Woman, era una nativa americana Hidatsa del Nord Dakota. Fu l’ispiratrice di un libro, Buffalo Bird Woman’s Garden, pubblicato nel 1917 dall’antropologo Gilbert L. Wilson, una pietra miliare per la conservazione e conoscenza delle tecniche di coltivazione tradizionali degli Hidatsa.

E ancora la statunitense Elizabeth Gertrude Knight Britton. Nata a Cuba, dedicò la vita intera allo studio, alla conservazione delle piante e alle esplorazioni botaniche, ponendo le basi per l’istituzione del giardino botanico di New York dopo aver visitato i Kew Gardens londinesi. Approfondì lo studio dei muschi e pubblicò su questo tema 170 articoli insieme ad altri 346 lavori scientifici su felci e piante autoctone.

L’indiana Janaki Ammal (1897-1984) fu la prima donna a conseguire un dottorato di ricerca in botanica negli Stati Uniti, materia che insegnò per molti anni sviluppando parallelamente la ricerca sul potere curativo delle piante. Viaggiò a lungo nelle zone rurali dell’India e nel Kerala in particolare per apprendere le medicine e le tradizioni popolari, osservando e registrando l’uso di diverse specie vegetali da parte delle comunità indigene. Le è stata dedicata una magnifica magnolia, la Magnolia Kobus Janaki Ammal, come riconoscimento del suo fondamentale contributo in questo campo.

 

 

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