Tutti la vogliono, tutti la cercano

Dilaga ormai da un po’ di tempo la “cannabis light” e sono numerosissimi in tutta Italia gli store che propongono anche infiorescenze e foglie della cosiddetta “marijuana legale”, ossia con un tenore di tetraidrocannabinolo (Thc) non superiore allo 0,2%. Con un giro d’affari stimato in oltre 45 milioni l’anno. Fiori e foglie contengono diversi altri cannabinoidi e in particolare il cannabidiolo (Cbd). Una sostanza senza effetti psicoattivi su cui sono in corso ricerche, anche sull’uomo, per valutarne le potenziali proprietà rilassanti, antiossidanti e antinfiammatorie. Vale la pena ricordare che questi prodotti non hanno nulla a che vedere con la cannabis terapeutica. Questa, com’è noto, viene coltivata e prodotta secondo parametri ben definiti finalizzati a garantire la stabilità del prodotto, è supportata da studi scientifici e da puntuali riferimenti normativi che ne consentono la vendita esclusivamente in farmacia per patologie definite e dietro presentazione di ricetta medica. La canapa “legale” è invece commercializzata con una destinazione di uso “tecnico” declinata in vario modo: uso esterno, non fumabile, non vaporizzabile e persino da collezione. Tale destinazione sta a indicare, in sostanza, che quel prodotto non è adatto a essere somministrato (ingerito, fumato ecc.) nell’uomo. La canapa light, poi, non è classificata come alimento o integratore. E infatti la lista del Ministero della Salute che elenca le piante autorizzate per la produzione di integratori di origine vegetale (botanicals) riporta fra le parti ammesse di Cannabis sativa soltanto i semi e l’olio ottenuto dalla loro torchiatura (cosa diversa dall’olio di canapa terapeutica). Ne consegue che le infiorescenze non sono utilizzabili a scopo alimentare, né sono adatte all’assunzione per via orale, anche se il titolo di Thc è inferiore allo 0,2%. Non sono utilizzabili ma vengono commercializzate facendo riferimento, con un escamotage, alla legge 242 del 2016, promulgata con lo scopo di rilanciare la filiera della canapa nel nostro Paese. Questa norma regolamenta la coltivazione industriale della pianta e stabilisce anche entro quale limite il coltivatore non è perseguibile per coltivazione di sostanze stupefacenti. Prevede ad esempio che, se i controlli evidenziassero tenori di Thc tra lo 0,2 e lo 0,6%, dovranno essere distrutte le sole aree coltivate che superano il limite, mentre se si accerta lo sforamento dello 0,6% deve essere distrutto l’intero campo coltivato a canapa. La legge non parla di infiorescenze e dunque non ne vieta in modo esplicito la commercializzazione: è da questo ‘non detto’ che trae spunto l’idea di commercializzare i prodotti a base di canapa, oggi così trendy. Sui limiti di Thc negli alimenti la norma prescrive poi, all’articolo 5, che siano fissati entro 6 mesi dalla sua entrata in vigore, ma ad oggi non è accaduto nulla. Si tratta, dunque, di un tema piuttosto complesso che richiede una certa cautela e solleva anche qualche perplessità di natura etica. Senza tralasciare i problemi che potrebbero scaturire dai controlli che, di tanto in tanto, si sono verificati e il fatto che è quasi impossibile ottenere la pianta totalmente priva del principio attivo. Insomma, un ginepraio dal quale per ora sarebbe bene stare lontani. Gli erboristi hanno a disposizione un patrimonio straordinario e consolidato di piante la cui efficacia, avvalorata dalla ricerca scientifica e corroborata dalla tradizione d’uso, consente di intervenire in un’ampia gamma di situazioni, per sostenere le attività fisiologiche dell’organismo e migliorare il benessere delle persone. Questo è lo stato dell’arte a livello regolatorio ed è con queste compatibilità che ci si deve confrontare.  Se le indicazioni normative fossero diverse, gli erboristi, in quanto esperti dei prodotti di origine vegetale, avrebbero tutti i titoli per entrare in questo mercato con competenza e professionalità.

 

 

 

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