Che cosa c’entrano quelle piante?

mariella-fiera-parmaSe voleva far discutere ci è riuscito, ma non si può certo dire che abbia contribuito a fare chiarezza. Stiamo parlando del Decreto ministeriale del 22 dicembre 2016, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 gennaio, che vieta la prescrizione e l’allestimento di preparazioni “magistrali” con finalità dimagranti che contengano una serie di sostanze pure ed estratti vegetali (40 per l’esattezza), sia da soli sia in associazione. Sul banco degli imputati, oltre a sertralina, buspirone o acido ursodesossicolico, appaiono anche piante di ampio impiego come il tè verde, il finocchio, la pilosella, l’aloe, il tarassaco, il rabarbaro. Alcune di queste erbe, già presenti in numerosissimi integratori e prodotti erboristici, non hanno peraltro neanche un’azione dimagrante. Le “stranezze” di questo provvedimento però non finiscono qui. Le piante, infatti, sono descritte con il nome italiano e non con quello botanico, nell’elenco compaiono anche i nomi commerciali di materie prime insieme a nomi di piante, mentre manca la descrizione della parte botanica di riferimento, che potrebbe invece essere utile. Il fucus, infine, come è stato fatto notare, è presente nella lista due volte, prima con il nome comune e poi con quello in latino, come se si trattasse di due sostanze diverse. Questo è solo l’ultimo di una serie di decreti con i quali il ministero della Salute è intervenuto sulla materia negli ultimi due anni vietando sostanze quali l’efedrina, il bupropione, il clorazepato di potassio, la fluoxetina ecc. Le associazioni dei farmacisti hanno subito richiesto a ministero della Salute, Aifa e Istituto Superiore di Sanità un incontro per approfondire gli aspetti tecnici del Decreto e per fare ordine al riguardo è stata istituita una commissione ad hoc.  Ma la vera domanda da porsi è questa: che cosa c’entrano erbe come quelle citate, per molte delle quali il profilo di sicurezza alle condizioni d’uso corrette è stato stabilito da tempo, con sostanze e principi attivi anoressizzanti realmente pericolosi? È proprio questa confusione che lascia perplessi e che deve far riflettere e preoccupare. Non soltanto i farmacisti che allestiscono nei loro laboratori le preparazioni citate e i medici che le prescrivono, ma anche gli erboristi che si occupano di erbe ed estratti vegetali nella loro attività quotidiana e i tanti cittadini che li utilizzano a fini salutistici e di benessere. D’altra parte non è la prima volta che ci si confronta con situazioni di questo tipo, con divieti e prescrizioni, immotivati o eccessivi, riguardanti piante medicinali e sostanze di origine vegetale. Qualche anno fa era toccato alla cimicifuga, prima sospesa dal commercio dal ministero della Salute per una presunta tossicità epatica e successivamente riammessa dallo stesso dicastero, poi c’è stato l’allarme lanciato dal dismesso INRAN, che la ricerca ha dimostrato ingiustificato, per gli infusi di finocchio, per citare soltanto alcuni degli episodi più recenti. L’attenzione verso la sicurezza dei prodotti utilizzati a fini salutistici, quali essi siano, deve essere massima. Non si ammettono sconti quando è in gioco la salute delle persone, su questo non si discute. Altra cosa sono i provvedimenti poco chiari, se non superficiali, che rischiano, fuori di metafora, di fare di tutta un’erba un fascio. Si approfondiscano perciò, le questioni che questo Decreto solleva, ma lo si faccia con la collaborazione degli esperti del settore, di chi conosce le piante, visto che anche di queste si parla, tenendo conto delle molte ricerche pubblicate in letteratura internazionale e dell’esperienza d’uso. Questi dati sgombreranno il campo dai dubbi e sarà evidente che quelle erbe davvero non dovevano starci in un decreto che, indipendentemente dai soggetti professionali coinvolti, è un campanello d’allarme che non deve essere sottovalutato dagli erboristi.

 

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